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giovedì 7 giugno 2018

Testimonianze della Resistenza Toscana

I partigiani e gli ultimi resistenti raccontano le loro storie


Sabato 16 giugno ore 20 Apericena al Progresso (Firenze, via Vittorio Emanuele II n. 135) con Presentazione del Libro di Orlando Baroncelli "Testimonianze della Resitenza Toscana", alla presenza dell'autore, con interventi del Dr. Mirco Bianchi dell'Istituto Storico della Resistenza in Toscana e dell'attrice Silvia Giannini che proporrà alcuni brani del libro.
Introdurrà l'incontro il Dr. Dmitrij Palagi, dottorando in Storia all'Università di Firenze.
Seguirà la piece teatrale "Bella Ciao" della compagnia Teatro Insieme (di e con Tommaso Funicella)


giovedì 29 marzo 2018

mercoledì 7 marzo 2018

5 marzo 2018  Idy Diene viene ucciso sul ponte Vespucci a Firenze


Il 5 marzo a Firenze Roberto Pirrone spara sul ponte Vespucci a Idy Diene, di cittadinanza senegalese. E lo uccide. Secondo quanto riportato dai media Diene si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato, vittima della “pazzia” di Pirrone che non avendo trovato il coraggio di suicidarsi ha deciso di uccidere qualcuno “a caso” con lo scopo preciso di finire i suoi giorni in galera. Ma il dubbio che ci assale è perché proprio un migrante, perché proprio un africano di colore....c'è un preoccupante clima di intolleranza in Italia  che può davvero influenzare  comportamenti e decisioni.  Per questo, come Consiglio della Casa del Popolo Il Progresso abbiamo sentito il bisogno di esternare il nostro pensiero.

"Il Consiglio del Circolo Il Progresso desidera esprimere vicinanza e cordoglio alla famiglia di Idy Diene, ucciso dalla mano di un folle armata dall'odio razziale e dall'intolleranza che pervade ormai il nostro paese. Esprimiamo piena solidarietà alla comunità senegalese e prendiamo le distanze dall'ipocrisia di chi vorrebbe mettere tutto a tacere derubricando il tutto a semplice cronaca"




Eventi Teatrali al  Progresso

Teatro Il Progresso - Via V.Emanuele 135, Firenze

Dir.art. Duccio Barlucchi / Teatro d’Almaviva
Stagione 2017-18
Ingresso € 10 - Info e prenotazioni:  055 496670 –  335 591 5607  FB / Teatro Il Progresso -
biglietto ridotto per i soci del Progresso



Sabato 10 marzo ore 21.15

Laura Formenti e Giuseppe della Misericordia

“Per Puro Caos”

Dopo due anni di repliche in tutta Italia e il grande successo di pubblico e critica di Sono una bionda, non sono una santa, Laura Formenti torna sul palco con il suo nuovo spettacolo di stand up comedy, ancora più graffiante ed acuto: Per puro caos. Laura è convinta che si possa e si debba ridere di tutto, purchè si usino leggerezza, intelligenza ed eleganza: quale famiglia può dirsi normale? Come si fa a smettere di fare sempre gli stessi errori? Perchè esprimiamo opinioni non richieste? Di cosa ci vergogniamo? E infine, se rinascessi la mia vita sarebbe migliore?

“Laura Formenti, in un’esplosione di talento, ironia e femminilità, squarcia il velo, imponendosi come autentica rivelazione per il teatro italiano che, in un’epoca come quella che stiamo attraversando, ha più che mai bisogno di far ridere ma con intelligenza, di far riflettere ma con leggerezza, richiedendo a gran voce nuove chiavi di lettura per interpretare la realtà” (Punto e Linea Magazine) -  “Un vero e proprio turbine di energia che riesce a mantenere il ritmo della comicità molto alto senza cali di tensione (..) una prova di bravura che rivela le qualità artistiche della Formenti…” (Blog di IT Festival 2017)

venerdi 6 + sabato 7 marzo h 21,15

Duccio Raffaelli in
“Nikola TESLA, il figlio della tempesta”
Il genio che ha inventato il XX secolo


“La scienza non è nient'altro che una perversione se non ha come suo fine ultimo il miglioramento delle condizioni dell'umanità.” Nikola Tesla (1856-1943). “Tesla? C'è chi non lo ha mai sentito nominare e chi lo paragona a Leonardo Da Vinci ".
Geniale scienziato ed inventore, anticipatore della moderna ingegneria elettrica, autore di grandi innovazioni tecnologiche come la corrente alternata, la radio (che inventò per primo con successiva lunga disputa con Guglielmo Marconi) e molte altre importanti scoperte, è incredibilmente poco conosciuto sebbene abbia dedicato ogni momento della propria vita al tentativo di migliorare l'esistenza altrui.
Questo spettacolo nasce da un sentimento di profondo rispetto e riconoscenza


Sabato 12 maggio


La Compagnia EFFETTO NOTTE presenta
 “Amor y Revolución – Frida Kahlo, vita di lotta e passione”
Atto unico di teatro musicale tratto dai testi di Frida Kahlo. Autore e Regia: Matilde Sanquerin


Nel proporre un testo incentrato sul rapporto fra l’artista messicana e l’impegno sociale e politico basato sugli ideali marxisti è stato subito evidente quanto fosse difficile isolare la sua vita politica dal resto… Pittura, Dolore, Poesia, Alcool, Messico, Musica, Rivoluzione, Radici, Tabacco, Donne, Morte, Dottori, Amore...
Della sua complessità Frida era orgogliosamente consapevole, tanto da usare spesso il tema del doppio
per parlare di sé, della distinzione fra due sue anime, opposte e complementari.
Sul palco due attrici, due Frida, e con loro la Musica, per raccontare anche ciò che le parole non riescono.
“Perché la Rivoluzione è l’armonia della forma e del colore e tutto esiste, e si muove, sotto una sola legge: la vita. Nessuno è separato da nessuno. Nessuno lotta per se stesso. Tutto è uno:
 l’angoscia, il dolore, il piacere e la morte non sono nient’altro che un processo per esistere.
La lotta rivoluzionaria, in questo processo, è una porta aperta all’intelligenza” (Frida Kahlo)


Info e prenotazioni:  055 496670 –  335 591 5607  / info@teatrodalmaviva.com -  www.circoloilprogresso.it
FB/Teatroilprogresso

mercoledì 31 gennaio 2018

La programmazione di febbraio e marzo

al Teatro del Progresso

Firenze, via Vittorio Emanuele II 135 
www.circoloilprogresso.it


Esiste in Firenze un luogo dove musica teatro danza e poesia si coniugano con questa intensità?

sabato 11 novembre 2017


Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

10/12 novembre 1917


Li passiamo tutta la notte poscia la mattina del 10 partiamo in tre   avessimo però voluto partire solo in due  cioè io e Cantagalli   andiamo lungo il margine di un fiume poscia (arriviamo) ad una frazione ma la nessuno v’era, troviamo solo due uomini uno non capiva neppure l’italiano  era alla destra (ad est) di Caporetto piu in giù (a sud), quella gente ritornavano ad abitare nelle case abbandonate strada facendo troviamo di tanto in tanto dei cavalli morti sul margine della strada. Trovo un vecchietto il quale aveva un pezzetto di pane di granoturco glie ne chiedo un po’ ma dice <se ne avessi tanto>  gli segno sulle dita anche un pezzettino solo e me ne da due bocconi il quale lo divido con Gigino.
Incontriamo soldati tedeschi e austriaci ufficiali a cavallo  li salutiamo e ci salutano senza dirci ne di dove veniamo ne dove andiamo   dei prigionieri venivano indietro isolati chi con un piccone chi con una pala. Prima di giungere a Tolmino vediamo qualche centinaio di italiani colla matricola  ma non sapevamo dove andavano. Davanti a noi altri prigionieri italiani se ne andavano verso Tolmino  ritornavano dal lavoro  uno che li accompagnava si volta in dietro e vedendoci ci chiama rimproverandoci, certamente credeva fossimo dei suoi rimasti indietro, e ci fa passare davanti a lui  seguendo gli altri che avevamo davanti passiamo il ponte di legno, un ufficiale (austriaco) ci sgrida ed anchesso certamente voleva dirci di camminare   verano  cariaggi da bombarde  entriamo in una trincea quasi piena di terra poscia ove verano delle baracche con introno del filo spinato. Quei disgraziati avevano in tasca della carne di cavalli morti da piu giorni. Gli dettero un po’ di zuppa d’orzo ma a noi nulla poiché altri il giorno avanti li avevano dato da mangiare poscia vollero partire.
Ci facemmo comprendere anzi lo dicemmo a l’interprete italiano che noi volevamo partire e dopo qualche ora preparano la colonna degli italiani e li seguimmo.

Tolmino è tutto sotto sopra le case sono quasi tutte rase al suolo vi sono trincee a zig zag, ma tutte sconvolte  qua e la pezzi di legno di ferro, pezzi di reticolati   una fanga ove il passante non poserebbe mai il piede poiché il fango passa sopra il collo del piede fa conoscere (ricordare)  le lotte passate. Da Caporetto a Tolmino osserviamo quanto hanno lavorato, strade che salgono sulle creste della montagna, sono incavate nella pietra ovunque trincee  pensiamo come abbiano potuto aprirsi tale breccia.

Giungiamo ad un paese anch’esso abbattuto  lì gli ufficiali si fermano e noi proseguiamo passiamo una passerella poi ci fermiamo tutti, era un fiume largo  (Tolminka ?)  avevamo ancora due o tre patate e ci si decide a farle cuocere ma legna non c’era

Ci dicono che andiamo a prendere il treno e avanti, non ci pareva vero ed anche stanchi si camminava lo stesso. Cantagalli aveva versato l’acqua e portava il suo pentolo sotto braccio. Strada facendo troviamo degli austriaci e domandano  oro, orologi avevano del pane nero ce lo offrivano in cambio. E’ da immaginare buona parte  davano un orologio od un anello per un tozzo di pane  domandavano anche sapone e candele, detti anch’io una candela per due bocconi di pane, era il primo pane austriaco che si mangiava  si divise e si mangiò con buon appetito benché comprendessimo essere non solo poco buono ma cattivo.
Incomincia a farsi sera e piove dirottamente   si domanda ove si andava ma chi non sapeva nulla e chi diceva una cosa chi un’altra.
All’imbrunire vediamo una ferrovia (in lontananza) poi una stazione e quindi ci facciamo coraggio. Giunti a un paese (ModreJ?) ci fermiamo. Tale paese era fabricato su una costa ed intorno alte montagne doveva essere Austria anzi da qualche tempo. Il primo paese abitato, eravamo tutti fermi e nulla si sapeva, s’era fatto un gran buio tutto era pieno di prigionieri  non trovammo nulla per ripararsi, l’acqua ci colava al fondo dei pantaloni come se il nostro corpo fosse una sorgente, gli abitanti sono tutti rinchiusi  si sarebbe detto avessero paura di noi. Vedo una donna aprire  una porta e gli faccio vedere il pentolo con dentro le patate dicendoli se mi facesse il piacere di cuocerle ne io ne il compagno Cantagalli non capimmo cosa volesse dirci ma solo ci chiuse la porta in faccia. Un austriaco faceva da mangiare all’aperto con sopra una porta di legno per riparare il fuoco dall’acqua, gli dico se vuole farmi fare cuocere le patate, mi disse di si naturale accennando col capo. Vado in cerca d’acqua nel fosso poi metto a bollire ma ecco altri se ne accorgono e chi aveva una cosa chi un’altra tanto da imbarazzarsi l’uno coll’altro, chi voleva accendere la pipa o scaldarsi  insomma fanno cadere la porta e il mio pentolo rischia di rovesciarsi  io tremai di paura mandando imprecazioni ai colpevoli, lacqua buona parte era andata via, riverso nel pentolo l’acqua della boraccia e avanti ma il fuoco diminuisce, tiravo la brace intorno al pentolo, gli italiani si serravano sempre di piu e la porta che si reggeva per miracolo ogni tanto prendeva un urto, io ogni tanto gridavo <ragazzi fate attenzione altrimenti ricade!> sospiravo profondamente. La mantellina era una sorgente sentivo l’acqua scendermi sulle ossa ma non avevo tanto freddo, ad un tratto un forte urto fa ricadere la porta; mandai un grido di disperazione, Cantagalli non meno di me imprecava contro gli insolenti, un buio terribile da non vedersi a dieci metri, la rabbia , e le lacrime agli occhi mi impedivano di discernere affatto, gettiamo lontano la porta poscia raccolgo qualche pezzetto di patata fra la terra e l’acqua piovana, poscia replica  rimettiamo acqua ma il fuoco c’en’era più poco poscia non rimettemmo la porta in modo che l’acqua spegneva il fuoco parte cadeva sul pentolo non voleva più bollire. Assieme avevamo messo (nella pentola) una scatoletta di carne ed il sale essendone provvisto Gigino, quando levo il primo bollore per la terza volta lo levai dal fuoco poscia sul davanzale di una finestra incominciammo a tuffare il cucchiaio mentre si diceva <se non s’era rovesciato poteva essere melio> ogni tanto qualcuno si avvicinava e diceva <e buona me ne fai assaggiare una cucchiaiata?>. Erano (le patate) ancora durette ma ne avessimo mangiato ancora e benche infondo vi fosse della terra non ne gettammo nemmeno una cucchiaiata.
Ad una cert’ora vediamo parte salire verso la strada e ci decidemmo anche noi andare da quella parte. La strada saliva molto  anche gli autocarri benché scarichi andavano quasi al passo d’uomo, i piedi essendo sempre bagnati la pelle diveniva grinzosa e mi facevano male ad un certo punto troviamo una casa di contadini ed andiamo dentro ad una specie di porticato ove in fondo e sopra v’era della paglia. Un uomo appare e ci vuole cacciare poscia ci parla in italiano come una vacca spagnola facendoci capire che a poca distanza c’è una stazione ove la ci danno da mangiare ed alloggio, ce ne andiamo piano  piano  dopo aver percorso forse mezzora troviamo delle baracche e ci decidiamo ad entrarci, v’erano già parecchi viandanti come noi due vacche e due soldati austriaci, uno era armato e l’altro lavorava intorno alle bestie, pioveva quasi dappertutto  dove non pioveva lacqua colava da sotto la baracca. Quei due buoni omacci ne accoglienze ne rimproveri, cerchiamo ove coricarci ma era difficile trovare l’asciuto , giriamo, giriamo  alla fine tentiamo   ci leviamo le scarpe e mollettiere poscia svolgiamo le coperte avendone una per’uno   stendo la giubba di tela per terra essendo quella che portavo sopra era anche piu bagnata  ma dove dovevo mettere i piedi l’acqua scorreva, metto della paglia bagnata e mi metto giu su un fianco cercando occupare il meno spazio possibile, Anche Gigino fa altrettanto e con una coperta ci copriamo non tardando ad addormentarci, quando ci svegliamo era giorno .
Ero più bagnato della sera  la coperta di Gigino era grossa e cosi bagnata gli pesava molto.
Partiamo  faceva freddo tirava vento ma non pioveva   quando mi sono riscaldato un po’ i piedi cammino molto melio e dopo aver fatto qualche chilometro giungiamo al primo concentramento  una sentinella ci indica di salire su una costa ove v’erano dei baraccamenti  non potevo salire avendo le scarpe senza chiodi ma dopo aver superato il fango giungiamo alle baracche ritrovando i compagni i quali lasciammo al Tagliamento e ci dissero di essere passati per Udine. Il paese accanto non ricordo chiamasi S.Lucia oppure Santa Maria (Santa Lucia d’Isonzo/ Most na Soci) . Ci raccontano che la sera passata parecchie centinaia erano partiti da quella stazione. Dopo mezzogiorno vedemmo le cucine fumare  (si) prepara da mangiare e si spera quindi mettere qualcosa in corpo. Il caporal maggiore Grazzini mi da cinque ho sei biscottini dicendoci averglieli dati la sera avanti. Su quella costa ad una certa distanza dalle baracche vera una siepe di filo spinato  sembrava (esserci) una mandria di pecore   era difficile reggersi in piedi, si diceva esserci una spedizione quindi tutti si serravano verso il fondo di quella siepe   anche noi cerchiamo di internarci in quella fitta folla per non essere degli ultimi, quando incominciano a sfilare tanto peggio, dopo essere stati sgridati per qualcosa ora viene anche il nostro turno, appena passati il reticolato dei soldati austriaci ci chiedono sapone; avevo un bel pezzo di sapone bianco e gle lo do (glielo dò) lo conosce subito che è buono e mi da un sachettino di galettine, mi fa segno di nasconderlo e lo metto sotto la mantellina  più avanti altri soldati con sacchi pure di  galettine  ci riempiono il beretto  un altro me le mette nel tascapane, mi sentivo contento  più avanti ogni cinque o sei ci davano una scatola di carne in conserva ma poi era una confusione poiché bisognava comprendere  non ci si conosce, vi sono i furbi quindi v’era chi non gli toccava nulla e chi rimaneva padrone della scatola.
La sera passiamo avanti a tutta la colonna (e) invece di fare la strada grande prendiamo un sentiero, si camminava male essendo molto ripido ma si accorciava molto, giunti sul colle era l’imbrunire ci trovammo soli noi tre, l’altro era un toscano, avessimo voluto lasciarlo ma esso voleva venire con noi (…) la strada incominciava a scendere, faceva buio ma non pioveva
(…) Partimmo contenti da quel paesello chiamato Santa Maria (Santa Lucia d’Isonzo) quando siamo sulla strada, mentre ci si lavava, passa la colonna e la seguiamo. (Era l’11 novembre).
Persuasi prendere il treno ci avviamo verso il paese ma passiamo il paese e di salire non se ne parla, avevo nel tascapane una bottiglia di profumo e la offro ad una ragazza e mi dice in mezzo italiano cosa voglio gli dico <pane> ma dice di non averne andiamo in casa e mi dà delle mele mezze selvatiche ed un pezzettino  di pane nero, uscendo v’erano dei soldati austriaci i quali mangiavano e uno ci offre la sua gavetta era pasta fatta con carne in conserva, con le galettine e la pasta ristabilimmo il corpo.
 Il giorno stesso giungemmo a ………
Nel manoscritto c’è uno spazio vuoto, il paese lungo la ferrovia subito dopo la stazione di Santa Lucia è Baccia di Mondre/Bača pri Modreju.  Il percorso successivo non segue la ferrovia e nemmeno il corso del fiume Baca ma prende vie secondarie passando probabilmente da Logarschie; dal testo non si riesce a capire nemmeno per quanto tempo i prigionieri italiani camminano e quanto percorso riescono a coprire. Osservando il percorso della ferrovia per l’Austria, la destinazione finale potrebbe essere la stazione di Grahovo se non addirittura quella di Podbrdo. In questa seconda ipotesi il paese attraversato non sarebbe Podmelec ma Grahovo).
Discendemmo ancora per salire una montagna, giunti alla cima era notte e nevicava anzi ne assaggiai poiché strada facendo ogni tanto mettevo un biscottino in bocca m’era quindi venuta sete. Scendendo i piedi mi facevano male ma sempre avanti si sperava sempre trovare la fine di quella interminabile strada, ogni tanto qualcuno è obbligato a fermarsi e si è coricato sui monti di ghiaia, il buio era fitto, guardavo sempre di non perdere di vista Cantagalli ma era difficile discernere nel buio lo conoscevo avendo in capo un capello incerato il quale aveva di dietro la tesa grande da coprirli il collo e gli faceva molto comodo, però il continuo passare di carri ed autocarri venivo a perderlo di vista tal volta credevo averlo davanti invece era indietro, allora lo chiamavo tal volta rispondeva e talvolta no e in fine non lo trovai piu fino alla mattina seguente. Camminavamo entro un vallone coi fianchi montagnosi e boscosi ogni tanto si trovava qualche casa e qualcuno azzardava a chiedere riparo oppure si inoltravano in qualche stalla o capanna quando se ne accorgevano le sentinelle andavano a snidarli ma le sentinelle erano poche e noi eravamo qualche migliaio non potevano vedere tutto (…) Incominciamo a marciare sul piano la strada è un lago di pantano  e  fruc, fruc, lacqua va dentro e fuori dalle scarpe, gli autocarri ci schizzano tutto il fango a dosso  lo strascico dei soldati aumenta sempre piu (…)
Verso nove o dieci ore di notte vediamo in lontananza tanti lumi   ci si fa coraggio dicendo sarà una città forse saremo arrivati ma quando siamo vicini vediamo su un pendio tanti fuochi, i prigionieri giunti forse qualche ora prima di noi li avevano accesi.
Traversiamo un canale e entriamo in un campo ove v’erano già tanti disgraziati come noi   ci in’oltriamo ma i piedi si affondano almeno un venti centimetri   si metteva giu un piede e non si poteva rilevare l’altro   guardando contro la luce sembrava di entrare in un lago era in’utile sottrarsi era ovunque il solito lago di fango, a distanza sentivo gridare a squarcia gola  v’era una specie di fienile ma non aveva pareti v’era un’armatura di legno e il tetto  i prigionieri si arrampicavano su quei legni  sembravano tanti scimiotti e si leticavano il posto, anche intorno non ci si poteva accostarsi.  Il pendio era molto ripido e io con gli stivalini senza chiodi non potevo arrampicarmi poiché sdrucciolavo.  Per sette o otto volte chiamai  Cantagalli ma nessuno mi rispose. Pioveva sempre dirottamente   mi metto fra il pendio e il piano  metto a terra il tascapane e mi sedo sopra, i miei occhi sanno se avevo sonno, e io ricordo se ero stanco, ma come dormire? Chi andava da una parte, chi dall’altra  passavano di dietro e mi sdrucciolavano addosso, mi ero messo la mantellina in capo e pensando non potevo trattenere le lacrime ed intanto per di piu mi prende freddo. Era il 12 novembre 1917. Fra i triboli e li stenti giungiamo alle quattro (del mattino)   delle voci dicono <si parte>  non mi pareva vero e traverso il fango portandomi sul margine del canale  ad un tratto Gigino mi passa accanto e lo riconosco e mi dice di aver passato la notte come mé. Restiamo ancora piu di un’ora sotto la pioggia traversiamo un paese  (Podmelec oppure Grahovo) ma non si parla di salire in treno ne di ripararci, la fame non aveva ancora preso possesso di me.
Quando si fa giorno prendiamo tutte le case d’assalto e qualche cosa danno tutti ma siamo troppi e chi dorme non piglia pesci chi da qualche patata qualche mela od una spiga di grano turco od una rapa, benche mi faccia male i piedi corro alle case lontane alla strada ma quando i compagni vedono correre per quella parte e altri si aggiungono e cosi una folla, se si prende qualcosa bisogna tenerla stretta per non cambiare subito di mano. Davanti ad una casa stava una signorina corro quanto posso essa mi vede si ritira credevo se ne fosse andata ma mentre stavo per allontanarmi dalla porta riappare con mezzo piatto di fagioli che mangiai in un istante  a Gigino non dissi nulla poiché certamente gli sarebbe venuto l’acqua alla bocca. Strada facendo in una rimessa v’erano ammassate delle rape, vedo qualcuno dirigersi verso quella parte e vi corro anch’io ma una folla si ammassa, ci montiamo uno sopra l’altro  chi non puole avvicinarsi tenta di strapparle agli altri compagni  io essendo giunto dei primi ne potei avere tre ma non potevo uscire mi sentivo strappare la mantellina, il beretto lo sentivo andare in perdizione  chi tentava strapparmi le rape che tenevo strette fra le gambe  una donna arriva e comincia ad urlare allora tutti scappano e io potei uscire colle rape (…) strada facendo ne mangiammo una, gettavo le scorze per terra ed altri dietro le raccoglievano  quando me ne accorsi levai semplicemente la terra. Faceva senso vedere tanta gente darsi ai campi come delle pecore affamate raccoglievamo i semi delle foglie di rape o di cavoli ove erano stati raccolti (…) All’imbrunire ci dicono che finalmente siamo arrivati a quel paese (Grahovo/Gracova o Podbrdo/Piedicolle) dove daranno da mangiare e prenderemo il treno e non senza aver domandato tante volte quanto c’era ancora e sospirato molte volte, giungemmo in un campo ove ci serriamo come sardine verso la parte ove ci dovevano dare a mangiare. In quel campo cosi stretti qualcuno malato o lasso gli prendeva male. Intanto ad un cancello ci mettono quattro per quattro e per venti ci conducono alla cucina.
Era già notte quando viene il mio turno. (…) era cessato di piovere ma alle cucine vera il fango al ginocchio, ci danno un bel mescolo (mestolo) di pasta in brodo poi un pane in cinque ho sei non ricordo bene, il pane viene consegnato a uno del gruppo a me toccò la mia parte ma nel buio qualcuno cerca (di) svignarsela e chi restava senza bestemmia ed impreca chi mangia la sua parte, ritorniamo all’accampamento, anche li fango, chi diceva si parte chi nò non si sapeva nulla, incomincia a piovere e nulla si sa poi vengono dei soldati e ufficiali ci mettono in colonna e poi qualche colonna parte  dopo averci contato piu volte i restanti si rompe ancora le righe ma dopo qualche tempo ci rimettono in riga poi partiamo persuasi andare alla stazione, ero già tutto bagnato ma eravamo contenti potere prendere finalmente il treno, cammina cammina troviamo una stazione, costeggiamo una ferrovia ma ancora non ci siamo era buio e pioveva sempre entriamo in un bosco sembrava nel buio andassimo in montagna dicevamo a tutti i passi ma dove ci mandano. Qualcuno cadeva sfinito, qualcuno incontrando qualche casa si fermavano ma noi due si diceva andiamo ancora un po’ piu avanti, finalmente ci fermiamo ad una casa di contadini ed entriamo in una capanna ci seriamo (serriamo) da sardine pur essendo bagnati non avevamo freddo sopra v’era un solaio ed entriamo la dentro. Io m’ero potuto mettere sotto una mangiatoia immezzo ad attrezzi da contadino mi montano anche sopra e l’acqua mi colava a dosso. V’erano delle foglie e non mi parve vero levarmi un po le scarpe e le molletier (…) entra una donna vedendo certamente dei lumi con un bastone incomincia a battere a destra e a sinistra con che la capanna s’era quasi sgombrata (..) dal di fuori (si) sarebbe potuto immaginare una gabbia di belve, poi rientrarono e fummo tranquilli fino al mattino. La mattina del 12 (ma forse è  il 13….) tutti incominciano ad accendere dei fuochi e andavamo nel bosco vicino e si rompevano con le mani le rame ma un vecchio arrabiato ci rincorreva ci spegneva il fuoco o ci portava via la legna una ragazza e la donna entrata nella capanna la notte passata faceva altrettanto ma le sentinelle li rimproverarono e dopo furono più calmi.
Passammo li qualche giorno ove mangiammo l’ultima scatoletta.

Una notte partiamo  faceva vento freddo ma ci si consolava sperando prendere il treno, quando abbiamo fatto qualche chilometro ci fermiamo pareva si dovesse tornare indietro poi proseguiamo dopo qualche chilometro giungiamo ad una stazione e ci caricano. Otto cavalli, uomini quaranta ma prigionieri da cinquantacinque a sessanta, non vi faceva tanto freddo, ci sentiamo rallegrare.

La guerra di Carlo finisce qui, anche se non finiscono i suoi scritti che ci accompagnano fino al suo arrivo in Italia a Vada in provincia di Livorno. I racconti sulla prigionia sono telegrafici e reticenti, ma successivamente dopo essere rientrato a Firenze Carlo ritornerà sugli argomenti aggiungendo episodi  e circostanze (evidenziate nel testo con un diverso carattere di stampa) avvenuti nei campi di prigionia attraversati, Lagensalza prima e Mannheim poi. Il 20 febbraio del 1918 Carlo decide di accettare di andare a lavorare per i tedeschi e parte cosi  per Daxlanden, sobborgo di Karlsruhe, vicinissimo al confine franco-tedesco, dove lavora insieme ai prigionieri francesi anche se è 42 chili.


Ed esattamente un anno dopo

Domenica 10 novembre 1918: ci hanno dato libertà e siamo andati aspasso senza guardia, i soldati (tedeschi) si sono levati la coccarda imperiale e dicono anche qui nel Baden sia repubblica. (…)

Alle sere del 12 – 13 abbiamo ballato

mercoledì 8 novembre 2017

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

9 novembre 1917



La mattina del 9 novembre 1917 andiamo alla porta   molti se ne erano andati   chi passava da una parte chi dall’altra  noi facciamo altrettanto, andiamo fuori dal paese dove un buon uomo ci da una borraccia piena di vino e un po’ di patate crude  in un’altra casa ci danno della pasta che dei prigionieri l’avevano lasciata la sera avanti, insomma ci sentimmo più contenti  mentre mangiamo un soldato austriaco viene e chiede anch’esso la elemosina era giovane doveva avere anchesso molt’appetito, li ci raccontano pure come è avvenuto il cambio dicono che gli italiani non fecero nessuna resistenza  i tedeschi avanzavano con le mitragliatrici ispalla. Ritorniamo alla chiesa tutti partivano e noi seguiamo gli altri.
Strada facendo, le donne ed i bambini sono sulle finestre ho sulla strada e ci dicono <speriamo venga presto la pace>. Quanti materiali per le strade! È indescrivibile cannoni mitragliatrici e munizioni. Passiamo traverso le gole della Carnia salendo e discendendo, sentiamo per quelle montagne qualche colpo di fucile poi troviamo ogni tanto dei cavalli morti per spossamento sono scorticati, certamente i passanti se la portano (la carne di cavallo) per poi mangiarla. Per la strada troviamo dei semi di bianco spino e li diamo lassalto come se ciò ci levasse la fame.

Il giorno stesso partiti da Tarcento giungemmo a Caporetto. V’erano pochi civili  pioveva dirottamente  ci ripariamo un po’ dietro i muri poscia ci mandano dove erano dei baraccamenti italiani.

Lì facciamo del fuoco cociamo le patate poscia distribuiscono dei sacchetti di galettine (gallettine) una in quattro (prigionieri) e delle scatole grandi di carne in conserva una ogni venti o venticinque  è una confusione  con le gallette ancora si và ma la carne chi la prende due volte e chi neppure una, le galettine erano buone ma erano un pugno.