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sabato 11 novembre 2017


Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

10/12 novembre 1917


Li passiamo tutta la notte poscia la mattina del 10 partiamo in tre   avessimo però voluto partire solo in due  cioè io e Cantagalli   andiamo lungo il margine di un fiume poscia (arriviamo) ad una frazione ma la nessuno v’era, troviamo solo due uomini uno non capiva neppure l’italiano  era alla destra (ad est) di Caporetto piu in giù (a sud), quella gente ritornavano ad abitare nelle case abbandonate strada facendo troviamo di tanto in tanto dei cavalli morti sul margine della strada. Trovo un vecchietto il quale aveva un pezzetto di pane di granoturco glie ne chiedo un po’ ma dice <se ne avessi tanto>  gli segno sulle dita anche un pezzettino solo e me ne da due bocconi il quale lo divido con Gigino.
Incontriamo soldati tedeschi e austriaci ufficiali a cavallo  li salutiamo e ci salutano senza dirci ne di dove veniamo ne dove andiamo   dei prigionieri venivano indietro isolati chi con un piccone chi con una pala. Prima di giungere a Tolmino vediamo qualche centinaio di italiani colla matricola  ma non sapevamo dove andavano. Davanti a noi altri prigionieri italiani se ne andavano verso Tolmino  ritornavano dal lavoro  uno che li accompagnava si volta in dietro e vedendoci ci chiama rimproverandoci, certamente credeva fossimo dei suoi rimasti indietro, e ci fa passare davanti a lui  seguendo gli altri che avevamo davanti passiamo il ponte di legno, un ufficiale (austriaco) ci sgrida ed anchesso certamente voleva dirci di camminare   verano  cariaggi da bombarde  entriamo in una trincea quasi piena di terra poscia ove verano delle baracche con introno del filo spinato. Quei disgraziati avevano in tasca della carne di cavalli morti da piu giorni. Gli dettero un po’ di zuppa d’orzo ma a noi nulla poiché altri il giorno avanti li avevano dato da mangiare poscia vollero partire.
Ci facemmo comprendere anzi lo dicemmo a l’interprete italiano che noi volevamo partire e dopo qualche ora preparano la colonna degli italiani e li seguimmo.

Tolmino è tutto sotto sopra le case sono quasi tutte rase al suolo vi sono trincee a zig zag, ma tutte sconvolte  qua e la pezzi di legno di ferro, pezzi di reticolati   una fanga ove il passante non poserebbe mai il piede poiché il fango passa sopra il collo del piede fa conoscere (ricordare)  le lotte passate. Da Caporetto a Tolmino osserviamo quanto hanno lavorato, strade che salgono sulle creste della montagna, sono incavate nella pietra ovunque trincee  pensiamo come abbiano potuto aprirsi tale breccia.

Giungiamo ad un paese anch’esso abbattuto  lì gli ufficiali si fermano e noi proseguiamo passiamo una passerella poi ci fermiamo tutti, era un fiume largo  (Tolminka ?)  avevamo ancora due o tre patate e ci si decide a farle cuocere ma legna non c’era

Ci dicono che andiamo a prendere il treno e avanti, non ci pareva vero ed anche stanchi si camminava lo stesso. Cantagalli aveva versato l’acqua e portava il suo pentolo sotto braccio. Strada facendo troviamo degli austriaci e domandano  oro, orologi avevano del pane nero ce lo offrivano in cambio. E’ da immaginare buona parte  davano un orologio od un anello per un tozzo di pane  domandavano anche sapone e candele, detti anch’io una candela per due bocconi di pane, era il primo pane austriaco che si mangiava  si divise e si mangiò con buon appetito benché comprendessimo essere non solo poco buono ma cattivo.
Incomincia a farsi sera e piove dirottamente   si domanda ove si andava ma chi non sapeva nulla e chi diceva una cosa chi un’altra.
All’imbrunire vediamo una ferrovia (in lontananza) poi una stazione e quindi ci facciamo coraggio. Giunti a un paese (ModreJ?) ci fermiamo. Tale paese era fabricato su una costa ed intorno alte montagne doveva essere Austria anzi da qualche tempo. Il primo paese abitato, eravamo tutti fermi e nulla si sapeva, s’era fatto un gran buio tutto era pieno di prigionieri  non trovammo nulla per ripararsi, l’acqua ci colava al fondo dei pantaloni come se il nostro corpo fosse una sorgente, gli abitanti sono tutti rinchiusi  si sarebbe detto avessero paura di noi. Vedo una donna aprire  una porta e gli faccio vedere il pentolo con dentro le patate dicendoli se mi facesse il piacere di cuocerle ne io ne il compagno Cantagalli non capimmo cosa volesse dirci ma solo ci chiuse la porta in faccia. Un austriaco faceva da mangiare all’aperto con sopra una porta di legno per riparare il fuoco dall’acqua, gli dico se vuole farmi fare cuocere le patate, mi disse di si naturale accennando col capo. Vado in cerca d’acqua nel fosso poi metto a bollire ma ecco altri se ne accorgono e chi aveva una cosa chi un’altra tanto da imbarazzarsi l’uno coll’altro, chi voleva accendere la pipa o scaldarsi  insomma fanno cadere la porta e il mio pentolo rischia di rovesciarsi  io tremai di paura mandando imprecazioni ai colpevoli, lacqua buona parte era andata via, riverso nel pentolo l’acqua della boraccia e avanti ma il fuoco diminuisce, tiravo la brace intorno al pentolo, gli italiani si serravano sempre di piu e la porta che si reggeva per miracolo ogni tanto prendeva un urto, io ogni tanto gridavo <ragazzi fate attenzione altrimenti ricade!> sospiravo profondamente. La mantellina era una sorgente sentivo l’acqua scendermi sulle ossa ma non avevo tanto freddo, ad un tratto un forte urto fa ricadere la porta; mandai un grido di disperazione, Cantagalli non meno di me imprecava contro gli insolenti, un buio terribile da non vedersi a dieci metri, la rabbia , e le lacrime agli occhi mi impedivano di discernere affatto, gettiamo lontano la porta poscia raccolgo qualche pezzetto di patata fra la terra e l’acqua piovana, poscia replica  rimettiamo acqua ma il fuoco c’en’era più poco poscia non rimettemmo la porta in modo che l’acqua spegneva il fuoco parte cadeva sul pentolo non voleva più bollire. Assieme avevamo messo (nella pentola) una scatoletta di carne ed il sale essendone provvisto Gigino, quando levo il primo bollore per la terza volta lo levai dal fuoco poscia sul davanzale di una finestra incominciammo a tuffare il cucchiaio mentre si diceva <se non s’era rovesciato poteva essere melio> ogni tanto qualcuno si avvicinava e diceva <e buona me ne fai assaggiare una cucchiaiata?>. Erano (le patate) ancora durette ma ne avessimo mangiato ancora e benche infondo vi fosse della terra non ne gettammo nemmeno una cucchiaiata.
Ad una cert’ora vediamo parte salire verso la strada e ci decidemmo anche noi andare da quella parte. La strada saliva molto  anche gli autocarri benché scarichi andavano quasi al passo d’uomo, i piedi essendo sempre bagnati la pelle diveniva grinzosa e mi facevano male ad un certo punto troviamo una casa di contadini ed andiamo dentro ad una specie di porticato ove in fondo e sopra v’era della paglia. Un uomo appare e ci vuole cacciare poscia ci parla in italiano come una vacca spagnola facendoci capire che a poca distanza c’è una stazione ove la ci danno da mangiare ed alloggio, ce ne andiamo piano  piano  dopo aver percorso forse mezzora troviamo delle baracche e ci decidiamo ad entrarci, v’erano già parecchi viandanti come noi due vacche e due soldati austriaci, uno era armato e l’altro lavorava intorno alle bestie, pioveva quasi dappertutto  dove non pioveva lacqua colava da sotto la baracca. Quei due buoni omacci ne accoglienze ne rimproveri, cerchiamo ove coricarci ma era difficile trovare l’asciuto , giriamo, giriamo  alla fine tentiamo   ci leviamo le scarpe e mollettiere poscia svolgiamo le coperte avendone una per’uno   stendo la giubba di tela per terra essendo quella che portavo sopra era anche piu bagnata  ma dove dovevo mettere i piedi l’acqua scorreva, metto della paglia bagnata e mi metto giu su un fianco cercando occupare il meno spazio possibile, Anche Gigino fa altrettanto e con una coperta ci copriamo non tardando ad addormentarci, quando ci svegliamo era giorno .
Ero più bagnato della sera  la coperta di Gigino era grossa e cosi bagnata gli pesava molto.
Partiamo  faceva freddo tirava vento ma non pioveva   quando mi sono riscaldato un po’ i piedi cammino molto melio e dopo aver fatto qualche chilometro giungiamo al primo concentramento  una sentinella ci indica di salire su una costa ove v’erano dei baraccamenti  non potevo salire avendo le scarpe senza chiodi ma dopo aver superato il fango giungiamo alle baracche ritrovando i compagni i quali lasciammo al Tagliamento e ci dissero di essere passati per Udine. Il paese accanto non ricordo chiamasi S.Lucia oppure Santa Maria (Santa Lucia d’Isonzo/ Most na Soci) . Ci raccontano che la sera passata parecchie centinaia erano partiti da quella stazione. Dopo mezzogiorno vedemmo le cucine fumare  (si) prepara da mangiare e si spera quindi mettere qualcosa in corpo. Il caporal maggiore Grazzini mi da cinque ho sei biscottini dicendoci averglieli dati la sera avanti. Su quella costa ad una certa distanza dalle baracche vera una siepe di filo spinato  sembrava (esserci) una mandria di pecore   era difficile reggersi in piedi, si diceva esserci una spedizione quindi tutti si serravano verso il fondo di quella siepe   anche noi cerchiamo di internarci in quella fitta folla per non essere degli ultimi, quando incominciano a sfilare tanto peggio, dopo essere stati sgridati per qualcosa ora viene anche il nostro turno, appena passati il reticolato dei soldati austriaci ci chiedono sapone; avevo un bel pezzo di sapone bianco e gle lo do (glielo dò) lo conosce subito che è buono e mi da un sachettino di galettine, mi fa segno di nasconderlo e lo metto sotto la mantellina  più avanti altri soldati con sacchi pure di  galettine  ci riempiono il beretto  un altro me le mette nel tascapane, mi sentivo contento  più avanti ogni cinque o sei ci davano una scatola di carne in conserva ma poi era una confusione poiché bisognava comprendere  non ci si conosce, vi sono i furbi quindi v’era chi non gli toccava nulla e chi rimaneva padrone della scatola.
La sera passiamo avanti a tutta la colonna (e) invece di fare la strada grande prendiamo un sentiero, si camminava male essendo molto ripido ma si accorciava molto, giunti sul colle era l’imbrunire ci trovammo soli noi tre, l’altro era un toscano, avessimo voluto lasciarlo ma esso voleva venire con noi (…) la strada incominciava a scendere, faceva buio ma non pioveva
(…) Partimmo contenti da quel paesello chiamato Santa Maria (Santa Lucia d’Isonzo) quando siamo sulla strada, mentre ci si lavava, passa la colonna e la seguiamo. (Era l’11 novembre).
Persuasi prendere il treno ci avviamo verso il paese ma passiamo il paese e di salire non se ne parla, avevo nel tascapane una bottiglia di profumo e la offro ad una ragazza e mi dice in mezzo italiano cosa voglio gli dico <pane> ma dice di non averne andiamo in casa e mi dà delle mele mezze selvatiche ed un pezzettino  di pane nero, uscendo v’erano dei soldati austriaci i quali mangiavano e uno ci offre la sua gavetta era pasta fatta con carne in conserva, con le galettine e la pasta ristabilimmo il corpo.
 Il giorno stesso giungemmo a ………
Nel manoscritto c’è uno spazio vuoto, il paese lungo la ferrovia subito dopo la stazione di Santa Lucia è Baccia di Mondre/Bača pri Modreju.  Il percorso successivo non segue la ferrovia e nemmeno il corso del fiume Baca ma prende vie secondarie passando probabilmente da Logarschie; dal testo non si riesce a capire nemmeno per quanto tempo i prigionieri italiani camminano e quanto percorso riescono a coprire. Osservando il percorso della ferrovia per l’Austria, la destinazione finale potrebbe essere la stazione di Grahovo se non addirittura quella di Podbrdo. In questa seconda ipotesi il paese attraversato non sarebbe Podmelec ma Grahovo).
Discendemmo ancora per salire una montagna, giunti alla cima era notte e nevicava anzi ne assaggiai poiché strada facendo ogni tanto mettevo un biscottino in bocca m’era quindi venuta sete. Scendendo i piedi mi facevano male ma sempre avanti si sperava sempre trovare la fine di quella interminabile strada, ogni tanto qualcuno è obbligato a fermarsi e si è coricato sui monti di ghiaia, il buio era fitto, guardavo sempre di non perdere di vista Cantagalli ma era difficile discernere nel buio lo conoscevo avendo in capo un capello incerato il quale aveva di dietro la tesa grande da coprirli il collo e gli faceva molto comodo, però il continuo passare di carri ed autocarri venivo a perderlo di vista tal volta credevo averlo davanti invece era indietro, allora lo chiamavo tal volta rispondeva e talvolta no e in fine non lo trovai piu fino alla mattina seguente. Camminavamo entro un vallone coi fianchi montagnosi e boscosi ogni tanto si trovava qualche casa e qualcuno azzardava a chiedere riparo oppure si inoltravano in qualche stalla o capanna quando se ne accorgevano le sentinelle andavano a snidarli ma le sentinelle erano poche e noi eravamo qualche migliaio non potevano vedere tutto (…) Incominciamo a marciare sul piano la strada è un lago di pantano  e  fruc, fruc, lacqua va dentro e fuori dalle scarpe, gli autocarri ci schizzano tutto il fango a dosso  lo strascico dei soldati aumenta sempre piu (…)
Verso nove o dieci ore di notte vediamo in lontananza tanti lumi   ci si fa coraggio dicendo sarà una città forse saremo arrivati ma quando siamo vicini vediamo su un pendio tanti fuochi, i prigionieri giunti forse qualche ora prima di noi li avevano accesi.
Traversiamo un canale e entriamo in un campo ove v’erano già tanti disgraziati come noi   ci in’oltriamo ma i piedi si affondano almeno un venti centimetri   si metteva giu un piede e non si poteva rilevare l’altro   guardando contro la luce sembrava di entrare in un lago era in’utile sottrarsi era ovunque il solito lago di fango, a distanza sentivo gridare a squarcia gola  v’era una specie di fienile ma non aveva pareti v’era un’armatura di legno e il tetto  i prigionieri si arrampicavano su quei legni  sembravano tanti scimiotti e si leticavano il posto, anche intorno non ci si poteva accostarsi.  Il pendio era molto ripido e io con gli stivalini senza chiodi non potevo arrampicarmi poiché sdrucciolavo.  Per sette o otto volte chiamai  Cantagalli ma nessuno mi rispose. Pioveva sempre dirottamente   mi metto fra il pendio e il piano  metto a terra il tascapane e mi sedo sopra, i miei occhi sanno se avevo sonno, e io ricordo se ero stanco, ma come dormire? Chi andava da una parte, chi dall’altra  passavano di dietro e mi sdrucciolavano addosso, mi ero messo la mantellina in capo e pensando non potevo trattenere le lacrime ed intanto per di piu mi prende freddo. Era il 12 novembre 1917. Fra i triboli e li stenti giungiamo alle quattro (del mattino)   delle voci dicono <si parte>  non mi pareva vero e traverso il fango portandomi sul margine del canale  ad un tratto Gigino mi passa accanto e lo riconosco e mi dice di aver passato la notte come mé. Restiamo ancora piu di un’ora sotto la pioggia traversiamo un paese  (Podmelec oppure Grahovo) ma non si parla di salire in treno ne di ripararci, la fame non aveva ancora preso possesso di me.
Quando si fa giorno prendiamo tutte le case d’assalto e qualche cosa danno tutti ma siamo troppi e chi dorme non piglia pesci chi da qualche patata qualche mela od una spiga di grano turco od una rapa, benche mi faccia male i piedi corro alle case lontane alla strada ma quando i compagni vedono correre per quella parte e altri si aggiungono e cosi una folla, se si prende qualcosa bisogna tenerla stretta per non cambiare subito di mano. Davanti ad una casa stava una signorina corro quanto posso essa mi vede si ritira credevo se ne fosse andata ma mentre stavo per allontanarmi dalla porta riappare con mezzo piatto di fagioli che mangiai in un istante  a Gigino non dissi nulla poiché certamente gli sarebbe venuto l’acqua alla bocca. Strada facendo in una rimessa v’erano ammassate delle rape, vedo qualcuno dirigersi verso quella parte e vi corro anch’io ma una folla si ammassa, ci montiamo uno sopra l’altro  chi non puole avvicinarsi tenta di strapparle agli altri compagni  io essendo giunto dei primi ne potei avere tre ma non potevo uscire mi sentivo strappare la mantellina, il beretto lo sentivo andare in perdizione  chi tentava strapparmi le rape che tenevo strette fra le gambe  una donna arriva e comincia ad urlare allora tutti scappano e io potei uscire colle rape (…) strada facendo ne mangiammo una, gettavo le scorze per terra ed altri dietro le raccoglievano  quando me ne accorsi levai semplicemente la terra. Faceva senso vedere tanta gente darsi ai campi come delle pecore affamate raccoglievamo i semi delle foglie di rape o di cavoli ove erano stati raccolti (…) All’imbrunire ci dicono che finalmente siamo arrivati a quel paese (Grahovo/Gracova o Podbrdo/Piedicolle) dove daranno da mangiare e prenderemo il treno e non senza aver domandato tante volte quanto c’era ancora e sospirato molte volte, giungemmo in un campo ove ci serriamo come sardine verso la parte ove ci dovevano dare a mangiare. In quel campo cosi stretti qualcuno malato o lasso gli prendeva male. Intanto ad un cancello ci mettono quattro per quattro e per venti ci conducono alla cucina.
Era già notte quando viene il mio turno. (…) era cessato di piovere ma alle cucine vera il fango al ginocchio, ci danno un bel mescolo (mestolo) di pasta in brodo poi un pane in cinque ho sei non ricordo bene, il pane viene consegnato a uno del gruppo a me toccò la mia parte ma nel buio qualcuno cerca (di) svignarsela e chi restava senza bestemmia ed impreca chi mangia la sua parte, ritorniamo all’accampamento, anche li fango, chi diceva si parte chi nò non si sapeva nulla, incomincia a piovere e nulla si sa poi vengono dei soldati e ufficiali ci mettono in colonna e poi qualche colonna parte  dopo averci contato piu volte i restanti si rompe ancora le righe ma dopo qualche tempo ci rimettono in riga poi partiamo persuasi andare alla stazione, ero già tutto bagnato ma eravamo contenti potere prendere finalmente il treno, cammina cammina troviamo una stazione, costeggiamo una ferrovia ma ancora non ci siamo era buio e pioveva sempre entriamo in un bosco sembrava nel buio andassimo in montagna dicevamo a tutti i passi ma dove ci mandano. Qualcuno cadeva sfinito, qualcuno incontrando qualche casa si fermavano ma noi due si diceva andiamo ancora un po’ piu avanti, finalmente ci fermiamo ad una casa di contadini ed entriamo in una capanna ci seriamo (serriamo) da sardine pur essendo bagnati non avevamo freddo sopra v’era un solaio ed entriamo la dentro. Io m’ero potuto mettere sotto una mangiatoia immezzo ad attrezzi da contadino mi montano anche sopra e l’acqua mi colava a dosso. V’erano delle foglie e non mi parve vero levarmi un po le scarpe e le molletier (…) entra una donna vedendo certamente dei lumi con un bastone incomincia a battere a destra e a sinistra con che la capanna s’era quasi sgombrata (..) dal di fuori (si) sarebbe potuto immaginare una gabbia di belve, poi rientrarono e fummo tranquilli fino al mattino. La mattina del 12 (ma forse è  il 13….) tutti incominciano ad accendere dei fuochi e andavamo nel bosco vicino e si rompevano con le mani le rame ma un vecchio arrabiato ci rincorreva ci spegneva il fuoco o ci portava via la legna una ragazza e la donna entrata nella capanna la notte passata faceva altrettanto ma le sentinelle li rimproverarono e dopo furono più calmi.
Passammo li qualche giorno ove mangiammo l’ultima scatoletta.

Una notte partiamo  faceva vento freddo ma ci si consolava sperando prendere il treno, quando abbiamo fatto qualche chilometro ci fermiamo pareva si dovesse tornare indietro poi proseguiamo dopo qualche chilometro giungiamo ad una stazione e ci caricano. Otto cavalli, uomini quaranta ma prigionieri da cinquantacinque a sessanta, non vi faceva tanto freddo, ci sentiamo rallegrare.

La guerra di Carlo finisce qui, anche se non finiscono i suoi scritti che ci accompagnano fino al suo arrivo in Italia a Vada in provincia di Livorno. I racconti sulla prigionia sono telegrafici e reticenti, ma successivamente dopo essere rientrato a Firenze Carlo ritornerà sugli argomenti aggiungendo episodi  e circostanze (evidenziate nel testo con un diverso carattere di stampa) avvenuti nei campi di prigionia attraversati, Lagensalza prima e Mannheim poi. Il 20 febbraio del 1918 Carlo decide di accettare di andare a lavorare per i tedeschi e parte cosi  per Daxlanden, sobborgo di Karlsruhe, vicinissimo al confine franco-tedesco, dove lavora insieme ai prigionieri francesi anche se è 42 chili.


Ed esattamente un anno dopo

Domenica 10 novembre 1918: ci hanno dato libertà e siamo andati aspasso senza guardia, i soldati (tedeschi) si sono levati la coccarda imperiale e dicono anche qui nel Baden sia repubblica. (…)

Alle sere del 12 – 13 abbiamo ballato

mercoledì 8 novembre 2017

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

9 novembre 1917



La mattina del 9 novembre 1917 andiamo alla porta   molti se ne erano andati   chi passava da una parte chi dall’altra  noi facciamo altrettanto, andiamo fuori dal paese dove un buon uomo ci da una borraccia piena di vino e un po’ di patate crude  in un’altra casa ci danno della pasta che dei prigionieri l’avevano lasciata la sera avanti, insomma ci sentimmo più contenti  mentre mangiamo un soldato austriaco viene e chiede anch’esso la elemosina era giovane doveva avere anchesso molt’appetito, li ci raccontano pure come è avvenuto il cambio dicono che gli italiani non fecero nessuna resistenza  i tedeschi avanzavano con le mitragliatrici ispalla. Ritorniamo alla chiesa tutti partivano e noi seguiamo gli altri.
Strada facendo, le donne ed i bambini sono sulle finestre ho sulla strada e ci dicono <speriamo venga presto la pace>. Quanti materiali per le strade! È indescrivibile cannoni mitragliatrici e munizioni. Passiamo traverso le gole della Carnia salendo e discendendo, sentiamo per quelle montagne qualche colpo di fucile poi troviamo ogni tanto dei cavalli morti per spossamento sono scorticati, certamente i passanti se la portano (la carne di cavallo) per poi mangiarla. Per la strada troviamo dei semi di bianco spino e li diamo lassalto come se ciò ci levasse la fame.

Il giorno stesso partiti da Tarcento giungemmo a Caporetto. V’erano pochi civili  pioveva dirottamente  ci ripariamo un po’ dietro i muri poscia ci mandano dove erano dei baraccamenti italiani.

Lì facciamo del fuoco cociamo le patate poscia distribuiscono dei sacchetti di galettine (gallettine) una in quattro (prigionieri) e delle scatole grandi di carne in conserva una ogni venti o venticinque  è una confusione  con le gallette ancora si và ma la carne chi la prende due volte e chi neppure una, le galettine erano buone ma erano un pugno.

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

8 novembre 1917

La mattina (8 novembre)  ci dicono che per andare a Tarcento bisognava rifare la strada (indietro) e cosi facemmo. Avevo già fame ma le scatolette non ardivo mangiarle  per istrada dammo l’assalto ad un campo di rape ma erano piccole e amare. Tutte le case per via andammo a chiedere la elemosina ma molti ci rispondevano <ne passano tanti> oppure <non abbiamo piu nulla>. (…) In un paese mi allontano vado ad un casa di contadini  mettevano appunto la polenta sulla tavola  ne chiesi un po’, mi dissero <vi comprendiamo ma guardate quanti figli!>. Poi me ne dettero una fetta (di polenta) come era buona anche senza companatico.
 Lungo la strada sempre la stessa storia ma per quel giorno non trovai piu nulla, le case e i paesi avevano improvvisati delle bandiere bianche, tedesche e austriache. Pioveva e da un pezzo già si camminava. Fortuna volle che ci raggiunse dei camion austriaci e furono cosi gentili da farci salire portandoci fino a Tarcento. Li arrivavano ancora tanti ufficiali. Seguendo gli altri andiamo dentro un cortile dove dietro le case v’erano delle vigne, li trovo Cantagalli e gli altri   aveva una specie di pentola e faceva cuocere delle foglie di cavoli, quando furono ormai cotte mettemmo una scatoletta  intanto mangiammo un po’  molti già facevano la voglia del nostro mangiare chi chiedeva di assaggiare una foglia chi un po’ di brodo.
Verso sera dicono che fanno da mangiare  è da immaginare la contentezza, ci mandano in una chiesa e la dentro appena v’era il posto per starvi in piedi  eravamo bagnati fino alle ossa ma non avevamo freddo. Quando cominciano ad uscire (per prendere il cibo) si montano uno sopra l’altro e noi due diciamo <chissà quanto ci vuole andremo gli ultimi non vogliamo farci schiacciare>. Ci mettiamo all’angolo di un altre e ci addormentiamo subito, mi sveglio, vedo la chiesa vuota tutti erano usciti chiamo <Gigino….gli altri sono usciti tutti>  andiamo alla porta  v’era un sergente e gli raccontiamo l’istoria   ci rimprovera come dei malfattori (…) ma avremo bene preferito andare a mangiare che dormire ma la stanchezza ci fece addormentare.  Quando ritornarono gli altri erano contenti dicendo <non era molta ma era buona> avevano fatto la pasta asciutta  mandammo un sospirone poscia ci rimettemmo la mantellina in capo e dormimmo un po’.

martedì 7 novembre 2017

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

7 novembre 1917



Il giorno dopo partiamo in colonna   era ancora notte mi sentivo molto stanco da non reggersi quasi più in piedi, discendiamo sempre fino ad una stazione (Forgaria nel Friuli) passiamo da qualche paesello e i restanti ci raccontano come è avvenuto il cambio frà italiani e tedeschi  delle donne piangono  però in quei luoghi non si conosce siano stati fatti combattimenti  solo qua e la materiali rotanti (con le ruote) come carette automobili o trattrici.



Alla stazione (di Forgaria nel Friuli) viddi il comandante di brigata di reggimento e quello del secondo battaglione, ci arrestammo un po’ poi tornammo indietro   ad un certo punto della salita ci fermammo e il capitano medico chiese a Cantagalli se aveva da mangiare ma gli rispose <non ho che una scatoletta> facciamo tutta la salita per discendere in un’altra valle. Strada facendo incontriamo colonne di cariaggi carette soldati (tedeschi) tutti vanno verso il fronte italiano e noi ci allontaniamo giungiamo al Tagliamento verso sera la strada è ingombra di materiali, uno strascico di vestiari che i soldati avevano preso dai magazzini poscia stanchi li gettavano.
Giunti vicini al ponte  (sul Tagliamento a Cornino) il cadavere di un bersagliere bocconi sul margine della strada a poca distanza la sua bicicletta   una bella casetta aveva servito ad un sezione di mitralieri poiché v’erano praticati dei fori nel muro ma però era la casa (stata) bombardata e vari mitragliatrici giacevano per terra fuori uso.  Traversiamo il ponte ferroviario fatto saltare ma riattivato in legname di modo che passava una caretta.
Giunti all’altra sponda parecchie centinaia eravamo riuniti, ci dicono che a Tarcento ci danno da mangiare. Era la notte del 7 novembre 1917. 


lunedì 6 novembre 2017

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

6 novembre 1917



 Scalzati i tedeschi da quella posizione decisiva, 
il battaglione «Morelli» alle 3.10 dieci della notte del 6 novembre raggiunge la selletta di Val Da Ros,
 occupando il tratto di linea in corrispondenza dell’attuale capanna alpina.
Sulla sinistra il 3° battaglione, nel frattempo assegnato al comando del capitano Vincenzo Pollio, avanza nel bosco facendosi strada fra i nuclei di mitraglieri tedeschi, puntando sulla borgata Tascans, riuscendo a raggiungere posizioni avanzate lungo la mulattiera, fino all’altezza delle Stalle Cordi.

Il generale Rocca, dopo la puntata notturna alla testa dei battaglioni del 49°, si è ritirato a Forno dove, secondo la memoria popolare, avrebbe riposato per alcune ore nella casa di Antonio Marin.
Alle 6 del mattino è già in cammino verso la prima linea per constatare di persona la situazione delle truppe. Ispeziona il settore di sinistra e si rende conto che la stanchezza dei militari schierati e la forte resistenza tedesca non consentono più di ipotizzare uno sfondamento verso Clauzetto ed il raggiungimento della pianura. Alle 7.35, in un carro ambulanza posizionato lungo la strada a valle dell’attuale cimitero di guerra scrive l’ordine, da consegnare al generale Taranto, rimasto a Forno, che dispone la concentrazione degli sforzi in direzione di Campone. Le due divisioni avrebbero quindi dovuto puntare alla selletta di Val da Ros e proseguire alla base del monte Taiet per raggiungere la Val Meduna.
Nel frattempo da Forno stanno affluendo verso la prima linea 
i battaglioni del 36° reggimento fanteria, seguiti dalle truppe del colonnello Alfredo Cantoni.
L’alba del 6 novembre 1917 vede la linea conquistata durante la notte tenuta ancora saldamente dagli italiani: sulla destra, in corrispondenza della selletta e della colletta di Val Da Ros, è schierato il 2° battaglione del 49° fanteria, al centro della linea, nella zona sopra l’attuale cimitero di guerra, le compagnie del 3° battaglione. All’estrema sinistra la 5compagnia del 49° costituisce la punta più avanzata avendo raggiunto il Cuel da l’An, sopra il Bivio Orton.
Verso le 8.30 i tedeschi lanciano sull’estrema destra un attacco che punta contro la selletta (la zona dell’attuale capanna alpina) e da posizioni elevate aprono un violento tiro di mitragliatrici. Gli Jäger sono saliti lungo le scoscese pendici del monte Dagn e da quelle posizioni dominano il terreno sul quale si sviluppa la linea italiana. L’intensità del tiro fa subito vacillare e poi cedere lo schieramento dei fanti del 49° in corrispondenza della selletta. Dalle relazioni degli ufficiali presenti ricaviamo scene di soldati che fuggono, di altri che sventolano i fazzoletti bianchi, di altri ancora che si consegnano ai tedeschi che compaiono sul ciglio della selletta, di un cavaliere che avanza all’interno dello schieramento italiano.
La situazione è drammatica, il 49°reggimento si ritira, il 36° che sta arrivando non riesce ad avanzare. A ristabilire le sorti sono chiamati gli alpini del battaglione «Val Fella», al comando del maggiore Giuseppe Urbanis. Il contrattacco degli alpini riesce a contenere i tedeschi ma la nuova linea deve essere arretrata di circa 150 metri, all’incirca in corrispondenza
 della zona boschiva che si trova alle spalle dell’attuale cimitero di guerra.
A metà mattinata il combattimento si conclude.
Gli italiani, stanchi e con poche armi e munizioni, non sono più in grado di attaccare, i tedeschi attendono gli eventi, nella certezza che da nord stiano scendendo gli austroungarici della 10armata.
Mentre tutto questo accade, il generale Rocca fa ritorno a Forno non trovandovi più il generale Taranto che, travisando gli ordini del suo superiore, con il grosso delle truppe si è ritirato verso Pielungo e ha imboccato la mulattiera che risale il versante nord del monte Taiet. Nella zona della cappelletta di Forno sono rimasti il 15° reggimento bersaglieri del colonnello Dompè, gli alpini del battaglione Val d’Ellero con il capitano Nussi, la 116compagnia mitraglieri con il colonnello Cavarzerani. Se Rocca pensava di far avanzare il grosso in direzione di Campone lungo il versante sud del monte, il fraintendimento con l’altro divisionario, ma soprattutto la nuova situazione sul costone di Pradis, rendono ormai possibile solo il ripiegamento verso Forno.
L’ordine di ripiegamento viene diramato da Forno alle 11 del 6 novembre, diretto alle truppe rimaste nella conca di San Francesco e a quelle dell’avanguardia, al comando del brigadiere Petracchi. Per l’avanguardia, disimpegnarsi e raggiungere Forno sotto la pressione nemica appare da subito operazione con poche speranze. Il movimento, su tre successivi scaglioni, ha inizio verso le 14.30. Fanti e alpini scendono verso il fondo valle, a raggiungere il ponte sul Rio di Molin, ma sono colti sul fianco dalle truppe tedesche che nel frattempo hanno percorso l’itinerario dietro il monte Dagn, attraverso il Cuel da la Siere, presentandosi a tagliare la via agli italiani.
Verso le 16 il destino dell’avanguardia si compie: in fondo alla valle che separa Forno dal costone di Pradis cadono prigionieri tutti i reparti che avevano combattuto per oltre 15 ore.
Il generale Rocca assiste a quelle scene dalla cappelletta di Forno, prima prende il sentiero che sale in direzione della malga Iovet, poi torna indietro, poi riprende definitivamente la salita con il gruppo che, assottigliandosi progressivamente, lo seguirà ancora per tre giorni 
fino al combattimento finale di Selis, in Alta Val Meduna.
Mentre si compie il destino dell’avanguardia, a poche centinaia di metri, sul Cuel d’Orton, sono ancora schierati gli alpini del battaglione «Pinerolo», al comando del tenente colonnello Giovanni Bodino. Fin dal primo mattino hanno risalito il versante delle borgate Zattes e Mineres raggiungendo quasi la sommità del colle e arrivando quasi a superare la resistenza tedesca. Da quella posizione elevata assistono ai movimenti dell’avanguardia e, al calare della sera, con una «manovra prodigiosa»5, riescono a sganciarsi e, percorrendo un terreno ormai in mano al nemico, a raggiungere Pielungo e a prendere la via a nord del monte Taiet.
Sul terreno di Pradis rimangono decine di caduti e feriti italiani.
Nel cimitero di Pradis è ancora oggi presente una lapide 
che riporta i nomi di 12 di quei caduti e le relative località di origine.
(da "I giorni della battaglia di Pradis" di Giuliano Cescutti) 




La mattina del 6 novembre passano i ciclisti del battaglione con in barella il maggiore e ci dissero che era morto.
Era il maggiore Sisto Frajria deceduto a Pradis.

Piu tardi passò un caporale del plotone al quale appartenevo chiamato Trentin ove mi disse <ci siamo salvati per miracolo, della nostra compagnia non v’è più nessuno o prigionieri o morti e chi feriti> allora pensai fosse stato una fortuna essere al posto di medicazione, dei portaferiti solo uno ne rividdi. Raccontarono poi essere una confusione, ven’era di tutte le armi e corpi tutti mischiati ed ammassati di modo che erano falciati dalle mitragliatrici non avendo davanti nessun riparo e quando davano lassalto nessun pezzo d’artilieria che li proteggesse . Domandai di Cavina Luigi di Popolano ma nessuno seppe dirmi nulla (…)Avevo ancora tre o quattro scatolette ma facevo conto di non averle, prevedevo la fame.
Dopo mezzogiorno dello stesso giorno non s’aveva più resultato (l'offensiva era fallita) i soldati non avevano più munizioni e di mangiare non se ne parlava se non quelli provvisti. Io vado a fare un giro sotto le piante e trovo un melo selvatico, m’empio le tasche e l’elmetto poscia le misi nel mio tascapane e ritornai a raccoglierle benché qualche pallottola fischiasse.
Dopo qualche tempo lungo il torrente dei soldati si ritiravano e decidiamo di fare altrettanto   avevamo tre biciclette si sperava sempre di potersene servire,   nel ritornare indietro in una salita Cantagalli era carico e non poteva condurre la sua bicicletta la legai alla cinghia dei pantaloni e avanti piano piano quindi al bivio di due ruscelli Sterbini ed il capitano Lecciso ci attendevano avevano i muli carichi attendevano ordini dal colonnello o la sua presenza   molti soldati si riunivano, dei porta ordini ci dicono che a San Francesco non ci si puole più andare vi sono i tedeschi.

Parte (dei soldati) salgono la montagna per raggiungere la mulattiera che porta a Tre monti (Tramonti) intanto noi discutiamo il da farsi. Anchio sarei andato volentieri fossi stato sicuro di poter passare e dissi al capitano <non viene lei?> (rispose) <Ordini sono ordini, il Signor Colonello m’a detto di attendere suoi ordini e non parto> Sterbini dice allora <chi viene, tu Tana non vieni?> (rispondo) <Se non viene il signor capitano non vengo> anche Cantagalli mi dice di rimanere, mille pensieri torturano la mia mente, sembravamo sognare, pensavo da un momento o l’altro di essere prigioniero.
Parte Sterbini il suo attendente Leuzzi ed il caporale, Sterbini monta su un cavallo di cavalleria e gli altri due dietro ma ad un certo punto il cavallo non puole più salire e (Sterbini) lo lascia in libertà e salgono, salgono per la montagna rocciosa fino a sparire, gli tirano solo quattro o cinque colpi di cannone e non diretti sempre verso loro essendovi qua e là dei fuggitivi.

Davanti a noi sopra la strada carreggiabile vediamo dei soldati (tedeschi)  camminando di corsa si portano sopra una cuota, il sangue da un tuffo e diciamo <ormai non c’è più speranza>. Poco distante da noi v’era una capanna ed il capitano decide di andarlà.
Con noi avevamo sempre il ferito tedesco un aspirante ed un altro soldato  dei soldati portano nella capanna i feriti e io lo zaino di sanità, portiamo delle coperte e dei sacchi a pelo, mettiamo la bandiera, i soldati venuti dietro a noi si disarmano e vanno nella capanna ove era il fieno  anche noi prendiamo le coperte della paglia e ci corichiamo mi metto gli stivalini che Cantagalli mi aveva dato accendiamo una candela e mi metto dentro il sacco a pelo.
M’ero addormentato quando sento chiacchierare e mi levo, chiamo il capitano e Cantagalli, due soldati (tedeschi) entrano dentro col fucile ispalla e il suo elmo in capo  non so cosa dissero  ma agirono gentilmente  ci contano poi ci fanno portare i feriti. Il capitano parte col suo attendente ed io con altri cinque portiamo il ferito tedesco  con una coperta benché il paziente non dicesse mai nulla ogni tanto si metteva a terra. Ad un cero punto troviamo una casa a poca distanza vedo un carabiniere della nostra brigata morto portava una ferita alla bocca qua e la v’erano dei soldati pure morti mettiamo a terra il ferito e vado in cerca di una barella.
Dentro la casa si sentono grida pianti di dolore, v’erano dei feriti senza nessuno vicino   alla porta di detta casa v’era un artiliere da montagna sopra una barella, lo portammo a terra e lo ricoprimmo alla melio dicendogli <coraggio presto verremo a prenderti>. Mettiamo in barella il tedesco e avanti,  si cammina molto melio  facemmo ancora parecchi alt prima che fossimo a destinazione, credevo di dover passare in una zona pericolosa cioè vicino alla linea di bataglia. Salimmo un colle sempre per una strada carreggiabile discendemmo, discendemmo ma anche in lontananza nulla si vedeva, allora comprendemmo in’utile  il nostro sforzo poiché per collegarci di nuovo agli italiani chi sa quanti chilometri avessimo dovuto percorrere. Non si sentiva ne un colpo di fucile ne di cannone, doveva essere dunque più giorni che i tedeschi avanzavano alle nostre spalle.
In un luogo (probabilmente Cerdevor dove c’è il bivio per Pielungo) ove v’erano delle case una chiesa e una scuola ove portammo il ferito, lì v’erano centinaia di prigionieri  passammo la notte nel recinto della chiesa. 

sabato 4 novembre 2017

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

5 novembre 1917


Quando incominciamo la discesa (nelle prime ore del 5 novembre) vediamo una stretta valle boscosa ed in fondo ad un precipizio un fosso. Troviamo sulla strada una vacca morta, ogni tanto qualche carretta, giungiamo a San Francesco (Carnia) era ancora buio, una fitta nebbia, li v’erano bersaglieri fanteria artilieri insomma di tutte le armi. Li troviamo delle ambulanze, uomini di sanità, uno ospedaletto forse fatto provvisorio. Trovai il nostro capitano medico col suo caporale Mezzena e Cantagalli con una capra.
Dopo un po’ di tempo incomincia a prenderci freddo ed allora alla melio accendiamo un po’ di fuoco a destra una mulattiera ripida piena zeppa di soldati cavalli e muli, ogni tanto si fermavano, credo andasse per Tramonti. Anche i muli del nostro battaglione coi materiali di cucina fecero quella strada ove (c’era) anche Montuschi allora cuciniere.
Fra il capitano e il nostro dottore ci furono delle discussioni poiché Sterbini voleva fare passare per la i cofani di sanità e mandare me assieme, ma il capitano disse <Tana sarà molto prezioso con noi e i cofani pure> cosi rimasi. Li v’era una strada carreggiabile    delle truppe avevano avanzato  lungo la strada (c’era) anche della cavalleria si sentivano colpi di granata a mano fucileria e scariche di mitragliatrici (…) ci avviamo piano piano, ogni tanto ci fermiamo incontriamo qualche ferito    su una quota si battevano   ci arrestiamo, si sentiva qualche colpo di cannone da campagna o da montagna.



Poco prima delle 22 di quella sera del 5 novembre, a Forno giunge il generale Rocca, in automobile. Ordina che il movimento verso Pradis sia ripreso immediatamente, per non perdere il contatto con il nemico. Il colonnello Zampieri, comandante del 49° reggimento fanteria, si occupa personalmente di svegliare gli uomini: il suo reggimento è subito in marcia sulla strada, supera la linea del 36° e inizia la discesa verso il canale di Foce. Dalla stretta di Forno al ponte stradale che supera la profonda forra, localmente conosciuto come puint di Spissul, sono circa 700 metri. La marcia nella notte viene ben presto interrotta poiché il ponte è stato fatto brillare, probabilmente da reparti italiani in ripiegamento, nella mattinata di quella stessa giornata. L’interruzione di una via che sarebbe stata indispensabile per il ripiegamento del grosso di due divisioni con automezzi, artiglierie e animali, è una chiara conferma del caos che regna nella zona. È necessario trovare una via alternativa e, grazie alla presenza fra le file dei battaglioni alpini di militari originari delle borgate della valle, viene immediatamente individuato il percorso della mulattiera che, fino alla realizzazione dell'attuale carrozzabile,
 rappresentava il principale collegamento fra Forno e Pradis.
La colonna viene avviata lungo quell’itinerario che supera prima il Rio di Salaries e quindi il Rio di Molino, da dove inizia la risalita verso il costone di Pradis. 
È il generale Rocca in persona a condurre quell’avanguardia 
che vede incolonnati il 3°ed il 2° battaglione del 49° fanteria, seguiti dagli alpini del «Val Fella».
Appena iniziata la salita, in corrispondenza della biforcazione della mulattiera, l’avanguardia viene colpita dal fuoco dei tedeschi appostati nei boschi e fra le rocce sulla sinistra. 
A lanciare l’attacco verso sinistra è il 3° battaglione che, nel buio, esce sul terreno scoperto
 condotto dal proprio comandante, il maggiore Sisto Frajria, subito colpito mortalmente.
Caduto il maggiore Frajria, mentre il suo battaglione stenta ad avanzare in direzione di Tascans, il 2° battaglione, al comando del maggiore Francesco Morelli, avanza sulla destra raggiungendo la borgata Fumatins e da qui lancia la sua 6a compagnia all’attacco delle stalle Surîs, dove è appostato un forte nucleo tedesco che impedisce ogni progresso anche ai fanti che avanzano sulla sinistra.
(Da "I giorni della battaglia di Pradis" di Giuliano Cescutti)


Dopo qualche tempo avanziamo (verso Pielungo) ed incominciava a salire la strada   avevamo passato un ponte sopra un torrente.
Salendo troviamo una fila di cannoni di medio calibro (abbandonati)  il disastro faceva sempre piu senso, giunti sulla quota si vedeva gli strascichi del combattimento, v’era una piccola frazione gli abitanti erano spaventati passo accanto ad una porta   era aperta   in mezzo della stanza giaceva un ufficiale grondante sangue ma morto  due ragazzi erano sulla porta sembravano gia abituati anchessi alla guerra, qua e là v’erano cassoni di munizioni d’artilieria i cassetti erano stai rovistati messi sotto sopra  oggetti di vestiario degli artilieri.
Appena fuori il paese abbiamo trovato delle biciclette da bersagliere ed il dottore vuole ne prenda una sicché avevo lo zaino di sanità il tascapane pieno incominciavo ad essere caro e ancora la strada saliva molto. Piu avanti v’era a fianco della strada un bersagliere morto ed il capitano mi dice di fargli lo spoglio ma glie lo avevano già fatto e nulla trovai in esso.
Si va avanti piano piano ogni tanto ci si ferma  un prigioniero passa    non conobbi se era un portaferiti o un dottore ma era un bel giovane bianco e rosso (in salute) e piangeva    allora si disse che erano stati fatti una cinquantina di prigionieri ma io non li viddi    ne viddi solo due ad un gruppo di case. Dissi al capitano se poteva darsi di (c’era possibilità di) di sfondare, mi disse <certamente siamo un trenta mila uomini!> Io ci credevo poco  di sicuro  i soldati erano stanchi da una quindicina di giorni non mangiavano più pane   la fame però pochi l’avevano patita specialmente quelli che si trovavano nei paesi, (ma quelli che si erano trovati) vicino ai campi mangiavano patate e carne magari senza sale   comunque anchio non avevo ormai più nulla.
A distanza si sentiva sempre scariche di fucileria e mitragliatrice.
Era ormai sera, il battaglione non era ancora ingaggiato  con noi c’era anche il secondo battaglione e pochi soldati del primo i quali s’erano salvati a Gemona quando il loro battaglione era rimasto prigioniero.
A notte a poca distanza da noi lanciavano dei bengala  cambiamo rotta marciando a destra per sentieri, v’erano con noi i due maggiori e il colonnello  in una discesa troviamo dei carioli o piccole carette i quali gli caricano in istrada le loro mitragliatrici o fucile mitragliere munizioni tirato da loro stessi.
Un po’ più in giù sul muricciolo della strada v’era un soldato ferito alladome (all’addome) era tedesco; metto a terra lo zaino ed alla melio che possiamo gli faciamo la medicatura e lo copriamo, poveretto aveva freddo, di corsa andiamo e raggiungiamo la comitiva passato un fiumicello la v’erano dei cavalieri. Il capitano ordina di andare a prendere il ferito e cosi facemmo, lo caricammo era un uomo grande e quindi peso non gridava affatto solo ripeteva <gut camerad>.
Il capitano seguiva sempre il colonnello   era miope   il suo attendente doveva portarlo sotto braccio, ad un certo punto la battaglia si fece più viva e ci arrestammo ma il capitano voleva andare dove andava il colonnello ma nel buio eravamo rimasti piu indietro, tutto il reggimento era in azione. L’aspirante gli fece comprendere che non era necessario andare in linea poiché oltre al pericolo non si puole lavorare, gli disse che non conosceva ancora come bisogna comportarsi in combattimento difatti era la prima volta che sentiva come sia la guerra. Solo era molto patriottico e volle appunto restare al reggimento (anche quando) essendo venuto l’ordine a quota 123 (Vertoce) di trasferirsi in uno ospedaletto vi mandò il capitano che era venuto dopo di lui che però era ancora tenente  (…). L’aspirante Sterbini quindi lo convinse e tornammo un po’ in dietro, ci mettemmo ove il terreno faceva un po’ di insenatura.
Scarichiamo il ferito e lo corichiamo in un fogliame non diceva quasi nulla ma non si reggeva in piedi le pallottole fischiavano.

Il colonnello invia un ordine dove dice di resistere li. Ad una certora era venuta un po’ di calma, andiamo in una capanna ove corichiamo il ferito in una mangiatoria con fieno, ci corichiamo un momento ma la battaglia ricomincia ed i feriti cominciano ad affluire, altro che dormire c’era molto da lavorare e bisognava fare economia dei materiali. I portaferiti ci dicevano <dove li dobbiamo portare?> coloro i quali potevano camminare dicevano <dove dobbiamo andare?> . Noi non lo sapevamo ma li dicevamo <a San Francesco> ma non sapevamo selaggiù v’erano gli italiani o i tedeschi.

Molti feriti proseguivano senza passare da noi essendovi qua e là dei dottori con i suoi aiutanti. 

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

4 novembre 1917


(La mattina del 4 novembre) Il caporale portaferiti aveva portato un fiasco di latte al dottore il quale si dava pensiero poiché lo voleva sterilizzare per conservarlo dicendo <io senza un po’ di caffè non posso stare tu Tana prendi dei vasi ben puliti farai bollire le botilie e metterai dentro il latte>. E cosi mi misi a fare ciò. Dovevo fare bene e in fretta avvicinandosi l’ora di partire, misi il latte bollito nelle bottiglie due scoppiarono una la toccò con un gomito il caporal maggiore e cadde (…) ricordo che il dottore disse <almeno salvatemi quella bottiglia> e in fretta passando per i campi ce la demmo a gambe, nella strada piovevano già le pallottole, venimmo alla  capanna: i materiali erano già pronti e le truppe a poco a poco si ritiravano.
Era il 4 novembre 1917  al dopo pranzo, in un magazzino v’erano delle casse di carne in conserva e il maggiore le fa distribuire, io ne prendo quattro  o cinque ma non avevo dove metterle   ne portavo due nel berretto avendo l’elmetto in testa.
Ricordo il 3° battaglione non aveva avuto pace ne giorno ne notte avevano sempre lavorato facendo cavalli di frisia e trincerandosi.

Il nostro maggiore era giovane aveva sostituito il maggiore Bergadani sul Carso il quale era stato ferito da granate scoppiate per il fuoco dei bengala incendiati da cannonate, vedendo che i soldati avevano paura era corso per spegnere il fuoco e aveva multiple ferite per il corpo e le arti ma leggere. Questo nuovo maggiore era diventato nervoso   per nulla rimproverava gli scritturali ed i ciclisti    sembra invecchiato in pochi giorni di dieci anni.
Nulla si sapeva, qualcuno diceva s’andasse verso il Trentino essendovi ancora una mulattiera libera. Incomincia a farsi sera quando giungemmo ad Alesso (dove c'era il comando dei reggimenti), li era un pigia pigia   le carette non potevano fare la salita    li vi sono vari generali danno dunque l’ordine di caricare i materiali sui muli bisogna quindi caricare il ristretto (l'indispensabile)  anche il dottore deve lasciare la sua cassetta e li... una confusione!   noi lasciamo dei materiali di medicazione   le barelle le altre carette restano li e ve n’era (qualcuna) che aveva anche dei viveri. Distaccano muli e cavalli e si incomincia a salire piano piano  verso le due ho le tre (di notte) siamo in cima. Per istrada delle compagnie distribuiscono gallette ma io non sapevo neppure ove si trovava la mia compagnia, i soldati erano stanchi e ne rimanevano per strada   a fianco della strada ad un certo punto vediamo un branco di bestie bovine alla deriva,   un po’ per uno trasciniamo la bicicletta del dottore.

venerdì 3 novembre 2017

Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

3 novembre 1917



Il giorno dopo (3 novembre) mangiammo carne e brodo che i cucinieri avevano cotto      dal forte Isoppo incominciavano a tirare qualche colpo di cannone di piccolo calibro   un proiettile scoppia in una capanna e prende fuoco    incominciano a tirare sulla strada che dal paese va verso il Tagliamento poi incomincia la fucileria    segno che le pattuglie si avvicinano ed arriva qualche ferito ove sono inviati (che viene inviato) ad Alesso.  Avevamo portato sul luogo soltanto lo zaino di sanità quindi occorrevano dei medicinali, prendo la bicicletta del dottore e di corsa parto. La compagnia della quale io facevo parte aveva lavorato molto    avevano fatto qualche centinaia di metri di incamminamento il quale permetteva col muro di fianco alla sponda d’essere al coperto fino al paese, nel muro avevano fatto delle feritorie (…) andetti alla capanna dove c’erano i muli e i materiali   portai il più necessario più la bandiera, ma rivenendo (al ritorno) le pallottole incominciavano a fischiare, dal forte Isoppo un cannoncino tirava sul paese.

Intanto la compagnia bersaglieri mitraglieri se ne andavano   avevano empito un carro da contadini di viveri e vino avevano con essi anche delle vacche.




Dopo la prima fase di ripiegamento, il XII Corpo d’Armata si era schierato con le sue divisioni lungo la sponda destra del Tagliamento: la 36a divisione sui colli di Verzegnis davanti a Tolmezzo e la 63a Div. alla sua destra nella zona davanti a Gemona; il 49° Reg.to è tutto riunito intorno a Trasaghis. All’ordine del nuovo ripiegamento, necessario per sfuggire all’accerchiamento da parte delle truppe austro tedesche, le truppe alla sinistra della 36a divisione ripiegarono per i passi verso il Cadore e riuscirono in gran parte a raggiungere il Piave; la 36° Div. ripiega  verso la Val d’Arzino attraverso la strada che passa dalla Sella Chianzutan; la 63° Div. (di cui fa parte il 49°R.to)  invece arriva in Val d’Arzino per la mulattiera della Forca Armentaria, una via impervia e faticosa che arriva direttamente a San Francesco di Carnia.  Da qui proseguendo per Forcella Giaf si discende nel Canal di Cunada da cui si scende successivamente nella vallata di Tramonti (Val Meduna). I comandi italiani avevano deciso che le truppe combattenti dovevano invece discendere la Val d’Arzino fino al bivio per Pielungo, per poi scendere verso Clauzetto fino allo sbocco sulla pianura, per attaccare sul fianco le truppe austrotedesche, (le cui avanguardie  il 3 novembre avevano già varcato il Tagliamento e oltrepassato le truppe italiane) ed aprirsi così la strada verso il Piave.  I sodati italiani si scontrano subito  con le avanguardie tedesche e,  dopo alcuni successi che permisero alle truppe di arrivare a Pielungo, tentarono invano di rompere l’assedio a Clauzzetto e di scendere in Val Meduna (15 ore di aspri combattimenti da Pielungo a Pradis in Val da Ros con più di 200 caduti)  ma i reparti stanchi, senza rifornimenti, circondati dal nemico sono costretti ad arrendersi. Tutte le salmerie con poche altre truppe sono invece mandate per il sentiero che da San Francesco porta a Forcella Giaf, una via impervia e difficile, ma quelle saranno le uniche truppe confluite nella valle d’Arzino che riusciranno a  mettersi in salvo.



mercoledì 1 novembre 2017


Cento anni fa...Caporetto....la Grande Guerra...la disfatta


Dal Diario di Carlo Tana: 

2 novembre 1917



Ove era attendata la 10° compagnia v’era un piccolo laghetto ove i soldati si lavavano, stava appunto uno della compagnia presso di quel laghetto non ricordo se una scheggia od una paletta (palletta, piccola palla di metallo contenuta nel proiettile) di sdrapnel lo prese e cadde nell’acqua. Era uno dei più anziani della compagnia. Il giorno stesso (2 novembre) partimmo e ridiscendemmo verso Trasaghis. Il battaglione s’era disteso un po più indietro del paese sempre di fronte al Tagliamento. Il battaglione aveva piantato le tende ma noi c’eravamo messi in un mulino assieme al comando ma dopo mensa un ufficiale degli alpini in principio disputarono un poco anzi Sterbini alzava la voce ma quando vidde di dover fare con un suo superiore venne calmo e nella sera stessa ci installammo entro Trasaghis. Allora poi viddi il colonnello Zampieri e il comandante di brigata ed il capitano medico Lecciso. Non si capiva nulla io dubitavo già d’essere prigioniero e scherzando dicevo <si va a Matausen>  ci fecero scrivere una cartolina dicendoci che la cavalleria faceva passare per i monti la nostra posta portandola sul Trentino.

V’erano in quel paese dei bersaglieri ciclisti avevano bene trovato da bere e da mangiare fecero poi la requisizione del vino poiché i soldati andavano coi secchi nelle cantine, Sterbini, il dottore, vidde passare uno con un secchio di vino glielo fece versare per terra e disse a noi <guai se vi vedo bere vino>.
Nel paese v’era rimasto solo un vecchio e una vecchia. Noi c’eravamo messi in un grande palazzo ove facevano mescita di vino e pizzicheria  si conosceva essere appartenente a buona famiglia ma i letti e i mobili erano già stati messi sotto sopra. Venne un alpino con chiavi dicendo di essere il fratello del padrone della casa  asportò una bicicletta  poscia andammo in un sottoscala ove c’era una botte ma era già stata vuotata   trovammo una decina di limonate, quell’alpino disse <beviamole tanto se non si bevono noi le bevono gli austriaci>. In quel mentre arriva il dottore e gli offriamo una bottiglia ma gli da uno schiaffo e ci rimprovera amaramente cacciando l’alpino, al caporal maggiore gli dice <guarda che è giunto il momento per te sono stuffo ti faccio saltare le cervella>. Soltanto lui non voleva gli mancasse nulla.
Venne poi l’aiutante del primo battaglione ove ci raccontò la sua vita e come si era potuto salvare poiché il suo battaglione fu fatto prigioniero dalle parti di Gemona . Era pure venuto un altro ufficiale il quale doveva andare di rinforzo al primo battaglione. Verso sera mangiò la minestra di pasta che avevamo messo da parte assieme all’ufficiale e disse <non avete una gazzosa da darci> ma gli dicemmo <le abbiamo rotte>. Disse sorridendo <mi fate sempre arrabià!> (…) Andette poi a dormire in un letto   gli chiusi bene le finestre poi andetti di fuori per vedere se si vedeva chiaro, ma tutto era chiuso ermeticamente e non si vedeva luce. Ad una certora passò al di fuori il comandante di brigata coi carabinieri e ci disse di chiudere bene le imposte.

Quella notte nessun ferito venne   noi dormimmo sui tavoli.